L’Ucraina è “sulla buona strada” verso l’Unione europea, ma non avrà una data di ingresso. Nel giorno del quarto anniversario dell’invasione russa, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha spento le aspettative di Volodymyr Zelensky, che punta al 2027 come orizzonte politico per l’adesione.
“Comprendo molto bene che per voi sia importante avere una data chiara, una scadenza che rappresenti un obiettivo da raggiungere. Sapete però che, da parte nostra, non è possibile fissare date in quanto tali”, ha dichiarato von der Leyen in conferenza stampa a Kyiv. Il processo di allargamento, ha ricordato, resta basato sul merito e sul rispetto delle riforme richieste, un principio che vale anche per non creare squilibri con altri Paesi candidati in attesa da anni.
Zelensky, intervenendo anche in videocollegamento al Parlamento europeo riunito in plenaria straordinaria, ha ribadito l’importanza di “ricevere una data chiara” per evitare che la Russia possa “bloccare l’adesione per decenni”. Il presidente ucraino ha insistito sulla necessità di mantenere saldo il legame tra Europa e Stati Uniti, pur ammettendo che non si tratta di un compito semplice, e ha definito il regime di Vladimir Putin una “dittatura instabile”.
Prestito da 90 miliardi: scontro con Budapest
L’anniversario è stato segnato più da tensioni politiche che da nuovi annunci. I vertici Ue sono arrivati a Kyiv senza il ventesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca e senza il via libera definitivo al prestito da 90 miliardi di euro destinato a sostenere l’Ucraina nei prossimi due anni. Entrambi i dossier restano bloccati dal veto dell’Ungheria di Viktor Orbán.
Il finanziamento, già concordato politicamente dai 27 leader a dicembre, prevede 60 miliardi per rafforzare la difesa e 30 per il sostegno al bilancio. Von der Leyen ha assicurato che “la parola data non può essere infranta” e che il prestito sarà mantenuto “in un modo o nell’altro”. A Bruxelles, il Consiglio ha approvato due dei tre atti legislativi necessari, ma la modifica del bilancio pluriennale – che richiede l’unanimità – resta ostaggio di Budapest.
Orbán ha legato il suo via libera al ripristino del flusso di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba, accusando Kiev di averne interrotto il funzionamento. Zelensky ha replicato che la condotta è stata più volte colpita dai bombardamenti russi. Von der Leyen, pur esercitando pressioni su Budapest, ha chiesto all’Ucraina di accelerare i lavori di riparazione, sottolineando l’impatto degli attacchi sulla sicurezza energetica dell’Ue.
Unità politica, ma senza svolte
A Kyiv, oltre alla presidente della Commissione, erano presenti il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa e numerosi leader europei, riuniti anche nel formato della “Coalizione dei Volenterosi”. Nella dichiarazione congiunta è stato ribadito il sostegno “pieno e incrollabile” alla sovranità e all’integrità territoriale dell’Ucraina, insieme all’impegno per una “pace giusta e duratura” nel rispetto della Carta delle Nazioni Unite.
Al di là delle formule, l’Unione si trova stretta tra la necessità di mantenere la credibilità delle promesse finanziarie e quella di preservare l’unità interna. L’ipotesi di ricorrere a strumenti come l’articolo 7 del Trattato Ue contro l’Ungheria resta sullo sfondo, ma politicamente esplosiva.
Sul fronte dell’allargamento, la linea di Bruxelles resta prudente: sostegno politico e tecnico alle riforme, ma nessuna scorciatoia. Per Kyiv, la prospettiva europea rimane aperta. Ma la data, almeno per ora, non c’è.

